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Newsletter APAE – giugno 2017 – ARRICCHIMENTO AMBIENTALE

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Terraristica 2.0: l’arricchimento ambientale.

a cura di Giulia Agnolon

I tentativi di tenere in condizioni innaturali animali molto sensibili trovano giustificazione solo nella ricerca scientifica, e se intrapresi a scopo puramente dilettantesco hanno sempre un qualcosa di dubbio dal punto di vista morale. Anche la persona più esperta, prima di prendersi in casa un organismo molto delicato, dovrebbe tener presente non solo la legge scritta, ma anche quella legge non scritta, assai più severa, che esige che agli animali in cattività non manchi nulla del necessario al loro benessere fisico e psichico.”

Lo scrisse Konrad Lorenz nel 1967. Non c’è nulla di più attuale.

Padre fondatore dell’etologia moderna, scopritore ed elaboratore del concetto di “imprinting”, ma prima ancora amante degli animali. Lorenz ha allevato (per passione e per studio) animali di ogni genere, cominciando negli anni ’30, periodo in cui nulla si sapeva sulle tecniche di allevamento, ma una cosa era già certa: in condizioni di cattività gli animali vengono privati di molto e sono limitati nei loro comportamenti, motivo per cui è dovere di chi li alleva tenerli nel miglior modo possibile, per conseguire uno scopo finale: la riproduzione. Altrimenti nulla di tutto ciò avrebbe più senso.

Questo dovrebbe essere il principio alla base di una terraristica più consapevole, che porti a risultati concreti e che possa distinguersi dal semplice collezionismo.

Troppo spesso tendiamo a fornire stabulazioni minimaliste, garantendo il minimo indispensabile, secondo un approccio quasi “imprenditoriale” che punta ad ottenere la massima resa con la minima spesa. Attualmente, tramite il controllo e la manipolazione di parametri essenziali si garantisce all’animale un benessere minimo per la riproduzione, ma lo si priva di altri tipi di benessere. In realtà gli animali necessiterebbero di più, in quanto sono ben più complessi di come vogliamo vederli. Stiamo scoprendo che rettili e anfibi hanno capacità cognitive e comportamenti inaspettati, che però mostrano solo se adeguatamente stimolati. Per poterne osservare alcuni dobbiamo creare un ambiente arricchito e stimolante allo scopo di incoraggiare il naturale comportamento degli esemplari ed il loro benessere psicofisico. Purtroppo si continua a ignorare che tutti gli animali, anfibi e rettili compresi, possono soffrire se privati della naturalità dell’ambiente in cui vivono e per questo la scelta di un habitat ricco è più legata al gusto estetico dell’allevatore che a criteri scientifici. Inoltre l’opinione diffusa che un ambiente asettico sia più sicuro e salubre per l’animale (ma anche più comodo per l’allevatore) fa propendere per questa soluzione perché ritenuta un’alternativa qualitativamente valida e del tutto equivalente, se non migliore, di quella dell’ambiente arricchito.

Purtroppo però è sbagliato concepire l’habitat di una specie solo dal punto di vista di parametri come temperatura e umidità, dimenticando che l’habitat naturale è composto da tutta una serie di fattori biotici e abiotici: a partire dalla componente vegetazionale, che si somma ad elementi ambientali come il tipo di suolo, la presenza di rocce, massi, gli importantissimi corsi e specchi d’acqua, e non dimentichiamo la comunità animale. Sono questi gli elementi che vanno a creare l’ambiente in cui la specie vive e in cui ha determinate abitudini e comportamenti, totalmente dipendenti da questa struttura naturale. Questo è quello che gli animali hanno in natura, quello a cui si sono adattati e per cui si sono specializzati, ed è esattamente ciò che dovremmo fornire in un terrario.

È bene notare che la maggior parte delle malattie che colpiscono anfibi e rettili in cattività sono causate da inadeguate condizioni di mantenimento; gli animali che non hanno un ambiente appropriato sono maggiormente sensibili allo sviluppo di patologie in quanto altamente stressati. Lo stress indebolisce le difese immunitarie aumentando l’incidenza delle malattie e favorendo la proliferazione di parassitosi. Può inoltre avere effetti negativi sulle possibilità di riproduzione, andando ad inibire la produzione di estrogeni e vitellogenina nelle femmine, e causando un calo della concentrazione di testosterone nei maschi.

La condizione di cattività è di per sé uno stress, ma possiamo ridurlo al minimo fornendo agli animali, non solo tutti i classici parametri di base necessari, ma anche un ambiente ricco e diversificato, oltre che tutta una serie di stimoli naturali. Terrari ampi e più naturalistici sono raccomandati allo scopo di ridurre lo stress ed incoraggiare l’istintivo comportamento dell’animale.

Una volta convinti di questo, non basta riempire la teca di piante perché sembri una giungla; non è così semplice. Si tratta di seguire un metodo scientifico che da decenni viene utilizzato in zoo e acquari e che ha portato a indiscutibili risultati anche con specie animali che parevano impossibili da far vivere e riprodurre in cattività.

Stiamo parlando dell’ARRICCHIMENTO AMBIENTALE: una tecnica applicabile nell’allevamento di rettili e      anfibi secondo la quale il terrario va concepito come un pezzo di habitat naturale, in cui agli animali viene data la possibilità di sviluppare gli stessi comportamenti che avrebbero in natura.

In particolare, se desideriamo allevare con successo specie non comuni ed esigenti, questa è l’unica strada da seguire.

L’arricchimento ambientale risulta un metodo per assicurare il benessere degli animali in cattività, per avere esemplari meno stressati, più sani e un maggiore successo riproduttivo. Obiettivi che richiedono un’approfondita conoscenza della vita in natura della specie; non è sufficiente la sola lettura di una scheda di allevamento.

Questa tecnica è in particolare applicata da molti anni nei giardini zoologici, dove oltre a fornire un ambiente naturale, c’è anche una particolare attenzione nello sviluppo sensoriale (olfattivo e visivo) e cognitivo, attraverso l’utilizzo di stimoli e tecniche molto ricercati. È in realtà qualcosa di molto complesso, che però si può, in maniera ridotta ma allo stesso tempo efficace, replicare nei nostri terrari.

Vediamo nel dettaglio alcune linee guida.

N.B. Quanto segue non esclude in nessun modo fondamentali prassi come la quarantena, la stabulazione in condizioni più sterili di esemplari baby, e tutte le precauzioni che vanno prese in base alle esigenze delle diverse specie.

  • Spazio

I terrari devono essere ampi, oltre le misure minime consigliate, con uno sviluppo ottimale in tutte e 3 le dimensioni, il che permetterà di ricreare facilmente all’interno di un unico terrario più microhabitat e diversi gradienti. Il terrario deve inoltre essere allestito a biotopo, rispecchiando quello che è l’habitat naturale della specie e non sottovalutando mai le sue abitudini (es. arboricole  fossorie). L’arredo deve essere composto da elementi naturali come piante, rami, rocce, substrato naturale idoneo alla specie, lettiera di foglie. Tutti questi elementi permetteranno agli animali di sentirsi sicuri, di ricavarsi dei rifugi, di infossarsi, scavare o arrampicarsi raggiungendo le postazioni più alte per controllare il territorio e, perché no, anche di essere meno statici e più attivi essendo stimolati a muoversi all’interno del terrario.

Non serve nemmeno dirlo, quando possibile e con i dovuti accorgimenti, preferire la stabulazione outdoor, che potete approfondire qui.

Terrario outdoor per Timon lepidus, di Nicola Furlan.
  • Luce e acqua

Importantissimo è il concetto di gradiente, che non deve essere applicato solo per la temperatura ma anche per tutti gli altri parametri. Vanno ricreati nel terrario dei gradienti di luce, di UV-B e di umidità: saranno gli animali a scegliere dove posizionarsi in base alle loro esigenze e preferenze del momento, invece di essere costretti ad adattarsi a delle condizioni costanti da noi imposte.

Da non sottovalutare l’importanza di fornire un fotoperiodo, rispettando anche il ritmo circadiano e i cicli stagionali della specie, indispensabili per la corretta regolazione delle funzioni metaboliche degli organismi.

Terrario naturalistico per Hypselotriton orientalis, di Giulia Agnolon
  • Dieta

La regola d’oro è sempre stata variare il più possibile la dieta; con il metodo dell’arricchimento si parla di variare anche le modalità con cui le prede vengono fornite. Fondamentale è stimolare la ricerca della preda, in particolare per specie che sono predatori attivi consentirgli di cacciare attivamente, evitando di imboccare gli animali che facilmente si impigriscono. (Ovviamente questo non significa dare topi vivi ai serpenti! Si possono però lasciare delle tracce odorose che l’animale può seguire fino a raggiungere autonomamente la preda.)

Terrario naturalistico per Zamenis situla, di Tobia Fiamma.
  • Commensali

Dove possibile, e con le dovute precauzioni, possiamo tenere gli animali in coppie o in gruppi per consentire le naturali interazioni tra conspecifici e stimolare la componente sociale. In queste condizioni potremo osservare molteplici pattern comportamentali e assistere ai particolarissimi metodi di comunicazione intraspecifica di anfibi e rettili.

In linea con una gestione più naturale possiamo anche creare una biocenosi, inserendo organismi detritivori e micofagi, come onischi e collemboli, che, oltre a contribuire ad una maggiore naturalità, aiutano a tenere pulito il terrario e contrastano lo sviluppo dei batteri e parassiti.

Terrario naturalistico per Geosesarma hagen, di Isacco Alberti.

Può sembrare complicato, ma è una sfida che bisogna accettare. La vera Passione, quella con la P maiuscola, ci deve portare a desiderare di ottimizzare le condizioni di vita dei nostri animali, fornendo loro il meglio che possiamo, a costo di scegliere fra un allevamento di tipo qualitativo rispetto a uno di tipo quantitativo. Ci accorgeremo che le nostre scelte di qualità saranno ampiamente ricambiate: i nostri animali ci regaleranno tante soddisfazioni e tante scoperte in più.

Terrario naturalistico per Phelsuma grandis, di Massimo Pasqualetto.

 

Fonti ed approfondimenti:
  • Lorenz K., “L’anello di Re Salomone” – Adelphi, 1967.
  • Bour J.M., “Créer les conditions du bien-etre des reptiles” – ReptilMag 62 (2016).
  • Bonetti P., “Les animaux dans le paysage. Encourager la diversité.” – ReptilMag 61 (2015).
  • Burghardt G.M., “Environmental enrichment and cognitive complexity in retpiles and amphibians: concepts, review and applications for captive pubblications” – Appl Anim Behav Sci 147 (2013).
  • Hawkins M., Willemsen M., “Environmental enrichment for amphibian and reptiles” – ASZK Reptile Enrichment Workshop 2004.
  • Wilkinson S.L., “Reptiles wellness management” – Vet Clin Exot Anim 18 (2015).

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